Conversione e convinzione

L'autore ignoto del secondo libro di Isaia, dal quale proviene il testo di cui alla Prima Lettura, parla di novità e di speranza e nuove prospettive che fanno seguito a un lungo periodo di prove e di punizioni. Ci si rivolge in questo caso al popolo d'Israele prigioniero a Babilonia, che attende la fine dell'esilio e viene esortato alla consolazione: il prezzo della sua protervia e infedeltà è stato pagato e presto avrà fine la condanna. Il Signore stesso provvederà, come un pastore fa con il suo gregge, a risollevare il suo popolo e a condurlo all'unità e alla salvezza, mostrandosi provvido e benevolo come prima era stato determinato nella giustizia. Il rinnovamento viene descritto come una sorta di voce che grida nel deserto, cioè nelle oscurità e nel nulla che l'uomo è stato capace di procurarsi con il peccato; il deserto è infatti assenza, privazione e vacuità, che contrassegnano le false certezze dell'uomo pervertito e disilluso dal peccato. Nel deserto e nelle asperità di questa solutudine, Dio fa sentire la sua voce che promette novità, invita alla speranza e proclama il cambiamento. Riguarda però l'uomo provvedere al cambiamento radicale di se stesso, alla propria trasformazione interiore. Da lui dipende l'accoglienza del monito divino alla conversione, cioè alla radicale trasformazione della mente, delle attitudini, dei punti di vista e del cuore perché smettano le abitudini puramente secolari e terrene e si orientino verso Dio. Convertirsi non significa passare repentinamente dalle cattive opere agli atti di bontà. Significa convincersi e accettare e per ciò stesso mettersi in discussione. Se non si ricorre a questo necessario processo di revisione dibse stessi, non si avranno i frutti sospirati delle opere buone.McCant dice, a proposito dei matrimoni, che nessun vincolo è felice quando non si è capaci di divorziare da se stessi: ogni matrimonio di successo comporta in un certo qual modo una rinuncia a se stessi e un consapevole abbandono delle proprie esclusive preferenze per entrare in sintonia con il proprio coniuge; convertirsi impone appunto una scelta di "divorzio" da se stessi che attesti la volontà di abbandono delle proprie convinzioni fallaci, dei pregiudizi e delle personali convinzioni erronee. In parole povere la conversione comporta coscienza del proprio peccato e dei propri limiti e volontà di rinunciarvi. Di conseguenza impone la fuga dal falso orgoglio e dallabpresunzione, la vittoria sulle nostre miserie morali e la capacità di distruggere in noi stessi ciò che si oppone alla verità. Ciò che in definitiva si oppone a Dio. È necessario pertanto prestare attenzione alla "voce che grida nel deserto" che viene ravvisata dalla figura ulteriore di Giovanni Battista, uomo dall'aspetto austero e dall'atteggiamento dimesso e mortificato all'estremo: nella sua figura, sulla quale si impronterà l'immagine dei successivi anacoreti e Padri del deserto, vi è l'insistenza dell'appello divino al ravvedinento dai propri peccati. Il suo appello a "preparare la strada del Signore è profondo e promettente, perché mentre impone un cambiamento radicale di vita, dischiude le vie per la futura salvezza. Se infatti ci si converte, "si vedrà la salvezza di Dio". Come nel caso di Isaia, si prospetta la gioia, si invita alla speranza, ma si confida nella buona disposizione d'animo perché l'Avvento di Dio (non solo liturgico) non rimanga cosa vana.